Marco Pallanti interviene sulla questione Riserve del Chianti Classico

Ho ricevuto con grande piacere una lettera di Marco Pallanti, Presidente del Consorzio Vino Chianti Classico, a proposito della questione Riserve del vino Chianti Classico da me sollevata (vedi il mio Post precedente).
Pubblico qui alcuni stralci della lettera dove sicuramente vi sono posizioni estremamente condividsibili:
“... condivido con Lei sulla necessità di una “scala valori” all’interno della denominazione generica “Chianti Classico”.
Fino a pochi anni orsono avevamo la vecchia “Riserva” che serviva proprio a definire un livello qualitativo superiore d’alcuni vini evidenziando il loro maggior pregio con caratteri leggermente più restrittivi (alcol, estratto ed appunto periodo di affinamento più lungo).
Oggi con il Gallo passato a simbolo, non più consortile, ma della Denominazione ed avendolo trasferito sulla fascetta della DOCG si sono offuscate le luci che evidenziavano le diversità qualitative tra un Chianti Classico ed un Chianti Classico Riserva.
Inoltre, altri produttori hanno abbandonato la “Riserva” intraprendendo vie differenti per designare la propria scala qualitativa ed hanno iniziato ad usare la dicitura “Vigneto”.
Ritengo paritetiche le due vie e lascio libera scelta al Produttore su quale sia la strada migliore per evidenziare questi vini di maggior pregio, anche se basta osservare quello che faccio nella mia Azienda per capire come la penso.
A mio avviso “Riserva” è una vecchia dizione che era legata soprattutto al tempo d’affinamento in cantina del vino. A quei tempi il Chianti Classico era un vino con caratteri soprattutto mercantili cioè derivava i proprie caratteristiche organolettici principalmente da quelle che il mercato richiedeva.
Oggi il Chianti Classico ha assunto, o in qualche caso sta assumendo, i caratteri derivanti dal territorio. Il concetto di Terroir è sulla bocca di tutti ed è per questo che diviene più importante il micro-luogo di nascita capace di imprimere un DNA diverso ed unico. Allora il “Vigneto” diviene la matrice che può contraddistinguerlo al meglio.
Tornando alla Sua lettera, non è importante per me se lo chiamiamo con l’uno o l’altro nome ma diviene molto importante valorizzarlo e farlo capire al mercato, specie in momenti di particolare difficoltà.
Il periodo di affinamento maggiore può essere un buon parametro ma forse dovremmo fare di più.
Questa sua lettera è per me una opportunità per anticiparle che il CdA nell’ultima riunione di Consiglio, su mia proposta, ha deciso di inoltrare una richiesta al Ministero per una nuova integrazione da apportare al Disciplinare di produzione che valorizzi proprio questi vini. Abbiamo cercato di accorciare al massimo i tempi dato che a partire dal 1 agosto, con l’entrata in vigore definitiva della nuova OCM, ogni tipo di modifica dei Disciplinari dovrà essere approvata a Bruxelles e non più a Roma con tempistiche probabilmente più lunghe.
Come vede quindi, stiamo lavorando nel senso da lei richiesto."
Allora, cosa ne pensate, carissimi colleghi produttori?
Il Vino diviso

Il vino sempre più si divide in due categorie: il vino bevanda e il vino d’identità territoriale.
Il vino bevanda, espressione dell’indagine del gusto e delle mode del momento storico, gode di molto consenso anche attraverso marketing intensivi. Ha appoggi del sistema. I numeri produttivi e commerciali sono altissimi. Solitamente è un vino di facile comprensione finalizzato anche ad un consumo poco consapevole e quindi di larga fruibilità e accessibilità.
Il vino d’identità territoriale ha bisogno, per essere apprezzato, di consumatori più evoluti che ricercano sapori e sensazioni non omologati, ma sono una piccola nicchia del mercato. Questi vini sono di solito l’espressione del vignaiolo e delle sue vigne (il terroir), espressione del vitigno autoctono e non alloctono, espressione di una certa cultura ormai sopraffatta dalla tecnica dei vini bevanda.
Le difficoltà per la sopravvivenza di questi vignaioli (di cui faccio parte) sono evidenti, anche e soprattutto ora in quest’epoca di crisi in cui il prezzo più basso fa la differenza. Le difficoltà sono molte ma ne ricordo solo due che secondo me sono importanti: difficoltà della comunicazione di tante piccole realtà molto diverse tra loro e difficoltà di un progetto comune unico e semplice per la valorizzazione delle differenze. Per il supporto morale dei vignaioli artigiani, spesso più importante del lato economico, per dare incoraggiamento ed entusiasmo, ricordo che si può aderire all’Appello in difesa dell'identità del vino italiano.
Per sottoscrivere l'appello: http://www.firmiamo.it/indifesadellidentitadelvinoitaliano
Interessante questo articolo dopo un anno dal lancio dell’iniziativa (cliccate qui)
Il Presidente del Consorzio Chianti Classico parla di ambiente!

Un mio personale applauso all’intervento del Presidente del Consorzio Chianti Classico che affronta il problema idrico in Chianti, con precisi riferimenti alla viticoltura, ma che si estende alla questione ambientale in eno-viticoltura. Vorrei sottolineare l’importanza della parte finale che, per me e spero per molti altri, deve essere una base per coloro che ancora non capiscono o fanno finta di non capire. In questo mio blog, spesso mi abbandono alle critiche, ma questa volta mi dedico ad un apprezzamento. Questa la parte finale dell’intervento, mentre tutto l’artcolo lo trovate qui.
…Credo che alla luce di quanto detto finora la produzione vitivinicola di oggi non possa più limitarsi a parlare di vino considerandolo esclusivamente sotto l’aspetto edonistico ed organolettico cioè valutandone esclusivamente la sua dimensione estetica. Occorre riscoprire qualcosa di più complesso della sola piacevolezza che il vino può darci. Qualcosa che sia in grado di appagare non solo il gusto ma anche la sete che molti di noi hanno di riuscire a vivere in equilibrio con la natura. C’è necessità di vini il cui punto più alto lo raggiungano nel raccontarci la genealogia, la provenienza, di parlarci perciò del loro rapporto con la terra, con il clima, con le risorse energetiche locali a cominciare dall’acqua. Proprio mentre stavo scrivendo queste note è arrivata l’omelia di Papa Benedetto XVI a Cagliari che ha detto: “Maria vi renda capaci di evangelizzare il mondo del lavoro, dell’economia, della politica, che necessità di una nuova generazione di laici impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile.” In un momento come quello attuale il pericolo maggiore che corriamo, non solo come agricoltori ma come uomini, è quello di avere un’esagerata sovrastima della scienza e del tecnicismo che ne discende.L’illusoria onnipotenza che può derivare da simili errate deduzioni, “Possiamo fare tutto, non ci sono più limiti,” rischia di anteporre desideri particolaristici ai doveri universali che, come uomini, abbiamo nei confronti della Collettività e del “Kosmos”. Per noi vignaioli la grande scommessa futura è quella di riuscire a realizzare dei vini che non siano soltanto buoni da bere ma anche compatibili con la natura, il paesaggio ed in sintonia con il consumatore.D’altra parte sta crescendo un nuovo tipo di consumatore, senza dubbio più partecipe, che non si accontenta più di un vino per lo più omologato nella sua produzione e perciò anche nel gusto, ma vuole conoscere in piena trasparenza anche l’origine e le metodologie di lavorazione per condividerne idealmente la filosofia di produttiva. In questo nuovo modo di intendere vi è una diversa visione del vino, e soprattutto del terroir, che prendendo corpo in maniera emozionale finisce per conferire una personalità, vera, originale e più profonda. Un vino in armonia col territorio, rispettoso dell’origine, dell’ambiente dove nasce e dei suoi ritmi è un vino con un’anima, capace di soddisfare il consumatore anche nella sua dimensione culturale.La scommessa futura è quella di produrre un vino che si faccia portatore di valori quali la naturalità, la difesa delle biodiversità, il rispetto per l’ambiente e perciò anche quello di un uso consapevole dell’acqua.Davanti a questo tipo di richiesta è necessario una generazione di viticoltori “sapienti” che concepiscono il fare vino non soltanto come semplice attività agricola ma come un vero e proprio atto cultural-filosofico. E’ una sfida vitale per le nuove generazioni ed anche una grande opportunità che il territorio del Chianti Classico deve riuscire a far propria per primeggiare non soltanto, come oramai sa fare da tempo, nelle classifiche del giornalismo specialistico nazionale e internazionale, ma anche per assumere un ruolo di leader nella risoluzione di queste, oramai ineludibili, problematiche. Marco Pallanti



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