Rischi

C'è un grosso rischio. Il mondo vinicolo Italiano potrebbe diminuire la qualità per sopravvivere alla dura recessione. Probabilmente potrebbero esserci anche vantaggi in questo tipo di congiuntura, ma per il momento analizzo il rischio della qualità:
quando una qualsiasi azienda vende al disotto dei costi può resistere un'anno, poi o fallisce o riduce i costi per riallineare i costi ai prezzi. Questo lo si fa con ristrutturazioni aziendali e riduzione del personale. In vitivinicoltura, nei campi, la riduzione del personale potrebbe portare ad una diminuzione della qualità. Qualcuno può argomentare che una forte meccanizzazione e tecnicizzazione può compensare una diminuzione del personale; io credo che i migliori vini non possono essere ottenuti che con il lavoro manuale creativo dell'uomo, che in ultima analisi rappresenta il famoso "terroir". Per questo motivo il richio è che molti produttori imbottigliatori o conferitori di uve o vino sfuso agli imbottigliatori, diminuiscano quelle attenzioni alla qualità ormai generalmente seguita negli ultimi anni (della serie: "Chi se ne frega, tanto non costa più nulla..."). Meditiamo, meditiamo...
Il 90% delle aziende vinicole sono delle Banche.

Dopo anni di finanziamenti facili per opere e investimenti abnormi e ingiustificabili (cantine super tecnologiche, vigneti super costosi, manager ed enologi super pagati, marketing super complicati, super speculazioni finanziarie, super burocrazia) le aziende agricole sono in stato di grave sofferenza per i debiti accumulati. La crisi non sta risparmiando alcun settore.
Se le banche decidessero di rientrare, il 90% delle aziende diventerebbe di proprietà delle banche. Di fatto ormai lo sono.
Questo è il fatto riferitomi da un noto commercialista, le riflessioni facciamole insieme.
Zonin non chiude la porta

Il Comune di Radda in Chianti, sotto mia sollecitudine, sta cercando di promuovere un’iniziativa per l’abolizione del diserbo nelle vigne del comune. Attualmente è in una fase “conoscitiva”. Secondo informazioni ufficiose, il principale produttore di vino di Radda, Zonin, nella sua tenuta Castello di Albola, non ha escluso a priori questa possibilità.
Ripeto qui le ragioni di questa iniziativa che, se coronata da successo, significherebbe un ulteriore balzo in avanti per i vini prodotti in questo territorio (vedi ad esempio l’articolo di Fernando Pardini dir resp L'AcquaBuona e resp Guida Vini Espresso sui vini di Radda): La relativa facilità di operare in un piccolo territorio ma molto significativo nel panorama vinicolo Internazionale potrebbe portare all’abolizione di questa pratica con ricadute positive non solo sull’ambiente, ma anche nell’immagine e nello stile dei vini prodotti a Radda. Ricordo che l’uso dei diserbanti, al di là della loro più o meno intrinseca tossicità, semplifica gli ecosistemi vitali del suolo, suolo che riveste un’importanza fondamentale per produrre prodotti di qualità. In viticoltura, inoltre, il risparmio economico del diserbo rispetto alla lavorazione del suolo sotto filare con le nuove macchine si può definire piccolo in confronto ai vantaggi economici (per il valore aggiunto del vino) e ambientali che ne deriverebbero.
Quale scenario per il futuro, in Chianti?

Il paesaggio muta secondo le condizioni economiche e sociali. Lo testimonia l'epoca mezzadrile, che ci ha lasciato un paesaggio ricco di bellezza spontanea, con i casolari e le sistemazioni agrarie al centro di un paesaggio che ci invidia tutto il mondo. Invece, subito dopo la seconda grande guerra il paesaggio si trasforma in decadenza, abbandono, esodo, vuoto. Sembra impossibile che tale passaggio sia stata la fortuna del Chianti: un luogo dove il tempo si era fermato e per questo motivo divenuto attrazione universale per chi ha vissuto il caos delle metropoli. Nuove energie si sono sviluppate: casolari ristrutturati, vigneti e oliveti rinati ad antico splendore, strutture turistiche che attraggono clienti mondiali...
ma domani, cosa succederà?
In fondo il territorio è di chi lo vive, non del turista, che tra l'altro abbrevia la permanenza sempre più o dello speculatore che prende e non dà nulla in cambio. Chi vive il Chianti, con la sua quotidianità, è il semplice artigiano, il piccolo imprenditore, l'agricoltore. L'industria, la grande imprenditoria, le aziende agricole internazionalizzate, non hanno finora condizionato più di tanto la vita quotidiana del territorio. Ma domani, cosa succederà?
La mia impressione che questa crisi possa influenzare il Chianti più di quanto si pensi lo testimonia il fatto che molti piccoli agricoltori, sia per eccessiva burocrazia, sia per mancato ricambio generazionale, sia per motivi strettamente economici, stanno abbandonando il territorio; vendono, abbandonano, affittano, stretti nella morsa della crisi. I numeri ancora non sono certi, ma basta telefonare al Consorzio Chianti Classico per capire che il fenomeno è sotto gli occhi di tutti: le dichiarazioni di produzione vitivinicola 2008 possono essere confrontate con gli anni precedenti in termini di numero dei titolari, in forte calo.
...e l'agricoltura?

Oggi è stato approvato il decreto d’incentivi per la vendita delle auto (circa 2 miliardi di euro).
Pur con tutte le attenuanti del caso, proprio non riesco a capire perché gli incentivi siano indirizzati solo al supporto dell’auto: e gli altri?
Che i miei soldi faticosamente pagati all’erario, con le tasse, siano trasferiti dall’agricoltura a chi compra auto nuove, non mi piace per niente.
Qualcosa di simile è accaduto nella Storia, quando agli albori dell’industrializzazione, all’inizio del ‘900, per finanziare le fabbriche furono presi i capitali e i soldi agli agricoltori, lasciandoli così letteralmente sul lastrico.
Dite la vostra.Sostenere i contadini!
Foto: Paolo Cianferoni, Vendemmia 1974 a Caparsa
Il Premio Nonino dedicato alla civiltà contadina quest'anno ha visto tra i vincitori Silvia Perez-Vitoria, sociologa e documentarista francese che ha scritto "Il ritorno dei contadini". Dobbiamo sostenere i contadini, dice, perché da loro dipende il nostro futuro. L'industrializzazione delle campagne ha rivelato il suo enorme limite: impoverisce la terra e non dà da mangiare alla metà dei suoi abitanti. Finiamola di lamentarci se i pomodori o le patate non hanno più sapore, non è un caso, è il frutto di una scelta sbagliata. Se non vogliamo che siano le grandi multinazionali a decidere la nostra alimentazione, non è indispensabile che ci trasformiamo in contadini, ma che stiamo dalla loro parte sì. Parole sante... (Tratto da un'articolo su Repubblica.it. Leggi l'intero articolo su http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/nonino/nonino/nonino.html )



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