Coca e vino
Secondo me il vino, quello buono, quello non taroccato, genuino, magari da agricoltura biologica, può sostituire le droghe. Ragazzi: Basta con la Vodka! Basta con le strisce di ero o coca, basta con le pasticche! Fatevi una mezza bottiglia di vino buono, scoprite i sapori, scoprite i retrogusti, mangiateci anche un panino con il salame magari, siate “trendy” nell’offrire e nel gustare un prodotto unico, uno sballo superiore a tutto il RESTO! Uno sballo che significa diversità, anti-omologazione. Cercate, assaggiate, spendete anche 30 euro, non in coca ma… in una bottiglia di vino. E’ meglio!
L’unica differenza sostanziale tra cocaina, fumo exstasi (e così via) con il vino è che quest’ultimo è anche un’alimento. Tradizionalmente la coca è una droga per sollevare le fatiche, l’hashisch e la marjuana sono droghe alla stregua del tabacco, cioè rilassanti e distensive, l’exstasi è una droga sintetica per sballi sintetici, (qualcuno definisce addirittura anche i periodi storici in cui queste sostanze hanno più successo). Il vino è l’unica “droga” che coniuga energia con sostanze essenziali per la vita (aminoacidi, vitamine, polifenoli, sostanze anti-ossidanti, ecc.) e… felicità. Se la droga “vino” è ben prodotta poi, può favorire la comunicazione e la socialità tant’è vero che i fiolosofi greci e romani ne facevano uso. Mentre le altre droghe hanno fondamentalmente una funzione annebbiante, il vino può avere effetti sbrinanti benefici.
zappa in vigna

Mi chiedo se pagherei oltre 5 euro per vini prodotti tecnicamente, con diserbanti, anticrittogamici sistemici, additivi chimici di varia natura per la vinificazione, ecc, con l’unico scopo della riduzione dei costi alla faccia dell’ambiente e della salute, (e magari per soddisfare consumatori poco attenti…).
Scie chimiche

Circolano su internet le documentazioni sulle scie chimiche rilasciate da aerei, coperte da segreti militari, che altererebbero le condizioni chimico-fisiche dell’atmosfera, generando gravi problemi ambientali (vedi www.sciechimiche.org ).
Le scie chimiche non sono distribuite solo sopra le nostre teste, ma anche ai nostri piedi.
I diserbanti nelle vigne sono distribuiti secondo logiche geometriche, che distruggono le erbe, ma semplificano l’ambiente. Causano gravi perdite delle difese naturali. Impoveriscono i suoli. Uccidono gli organismi utili. Spesso si diserba e poi si lavora il terreno per nascondere il fatto. Chi vende i prodotti ottenuti con questa pratica, molto profittevole, dichiara che i diserbanti moderni sono innocui per l’uomo e gli animali.
Io non ci credoEtica di vino

I produttori di vino devono scegliere: produrre secondo etica, cultura, tradizione, pulizia, onestà, originalità, correttezza, oppure secondo leggi di mercato, trend, costi quel che costi.
E’ ora di scegliere. E’ una scelta di vita diVina, diVigna, una missione. Occorre dare l’esempio in questo mondo marcio. Non è facile, però; speriamo che le recenti polemiche sul Brunello o, peggio sui disonesti sofisticatori, aiutino a recuperare un mondo che purtroppo ora si basa molto sul profitto.
Il vino (buono e schietto) potrebbe essere uno strumento di “baratto” della felicità con la quotidianietà, o della umiltà contro il dio denaro, che da solo non può risolvere ogni problema.
Il vino può essere un prodotto-cibo, un prodotto-regalo della natura, un prodotto-sentimento dell’uomo, che può aiutare a superare le angosce e le paure di questa vita.
Ma occorre rigore.Frodi di vino

Con piacere leggo le opinioni dei giornalisti a proposito della vicenda Brunello, che in ultima analisi è riconducibile a diverse visioni del mondo del vino. (Leggi su http://www.winesurf.it/index.php?file=onenews&form_id_notizia=304 e http://vinoalvino.org/blog/2008/ )
La mia prima considerazione riporta la polemica su una visione “operaia”. Il vino è sempre stato espressione di un singolo vigneto, di chi ci lavora, del suolo e della cultura di vinificazione che ogni regione e luogo possiede. In pratica le emozioni, le passioni umane si riflettevano sulle produzioni di vino che, non dimentichiamo, è nato come alimento.
Ai giorni nostri, soprattutto da quando si sono affacciati i nuovi Pesi produttori, l’enologia e parallelamente i commenti dei giornalisti hanno indirizzato le produzioni verso un prodotto voluttuario, non necessario alla sussistenza, ma rivolto alla piacevolezza dei gusti.
Si sono contrapposte due scuole, la prima che si basa sulle tecniche enologiche e produttive rivolte a soddisfare il mercato, che richiede prodotti di gran piacevolezza, la seconda rivolta a preservare l’identità delle singole vigne. Dagli anni novanta i primi hanno vissuto un gran successo, mentre i secondi sono rimasti al palo. Molti produttori “puristi” hanno dovuto, per sopravvivere, mediare in qualche modo le loro produzioni. Io stesso sono stato costretto dal “mercato” a cercare di produrre un vino chianti classico con un gusto più intenazionale (speziature, morbidezza, ecc.) che ha avuto il suo successo, è indubbio; ma vini facilmente imitabili e facilmente spiegabili.
I vini di territorio, che hanno avuto un gran periodo di crisi negli anni 90, sono oggi finalmente e giustamente rivalutati; vini difficilmente imitabili ma più difficoltosi a capire e a spiegare.
Oggi poi qualcuno si rende conto che in un mercato globalizzato, i vini “veri”, espressione di un territorio e di una tradizione (i Docg), possono rappresentare la carta vincente sul mercato.
Così i due mondi si scontrano, vedi le recenti polemiche sul Brunello: solo Sangiovese si, o no. Si scontra anche il metodo italiano, nel quale ci sono miriadi di leggi, lacci e laccioli con il liberismo dei nuovi paesi produttori. Si scontra anche la visione capitalistica del mercato e del profitto (con l’uso dei diserbanti, della meccanizzazione in ogni fase, ecc.), con una visione del mondo purista e ambientalista.
Detto questo credo che i giornalisti, che influenzano i consumatori, devono cominciare a fare un’analisi più obiettiva e disinteressata dei vini, anche per loro profitto. Le giornalate, le denunce non documentate non servono a molto, a parte qualche guadagno immediato. Occorre rimodulare correttamente l’informazione orientando i consumatori, magari dividerli tra gli amanti del “moderno” e i cultori della “tradizione”. Occorre anche riqualificare le produzioni con un rinnovato slancio di serietà produttiva che deve coinvolgere le proprietà, gli enologi e il marketing ricordandosi che forse la tradizione è l’unica carta che abbiamo per sostenere costi e prezzi elevati per andare avanti tutti quanti.
Ma soprattutto non dimentichiamoci dell’operaio, del coltivatore e del contadino, che costruisce la vigna, che la alleva e che fa la differenza tra le produzioni intensive globalizzate e le produzioni di nicchia e di qualità.
Sofisticazione vini

Breve (mia) analisi del fenomeno:
Il metanolo fu usato da alcuni commercianti per poter soddisfare il mercato che pretendeva prezzi bassi per vini naturalmente poveri d’alcool (all’epoca, duecento lire per un bottiglione di due litri). Oggi, i tagli di vini “nobili” con uve e vini internazionali e/o di dubbia provenienza, sono molto usati per soddisfare il mercato che desidera vini morbidi e di bassa acidità, diciamo così voluttuari e internazionali.
A questo punto bisognerebbe mettere anche sotto accusa la casta degli enologi, che tutta dovrebbe cominciare a rifiutare l’uso di certe pratiche, ma anche dei consumatori che determinano queste scelte.



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